• Appello pubblico: Difendiamo l’art. 27 della costituzione

    Nelle carceri italiane ci sono 43.117 posti regolamentari e quasi 64.000 detenuti. Stipati uno sull’altro. Il personale sotto organico è costretto a lavorare in condizioni di pesante disagio e tensione. In questa situazione viene meno anche la dignità e l’umanità delle persone detenute.
    I cittadini italiani chiedono sicurezza. Hanno diritto alla sicurezza. Ma in che modo parcheggiare in celle invivibile i detenuti in attesa di nulla contribuisce alla sicurezza? Non conviene a nessuno che una persona che ha commesso un reato esca di galera forse peggiore di come ci è entrata. Se i cittadini liberi ci riflettessero più spesso, forse smetterebbero di pensare che la soluzione a ogni problema sia prevedere sempre più galera per chi viola la legge.
    Il carcere ci serve e ci rassicura quando è previsto: per chi costituisce realmente un pericolo per la società.
    Il carcere NON ci serve e NON ci rassicura quando è previsto: per chi sta male e avrebbe bisogno di essere curato; per chi ha problemi con la droga; per chi è giovane e potrebbe essere aiutato con pene diverse dalla detenzione, piuttosto che parcheggiato in un luogo “intollerabile” come le attuali galere; forse non serve più neppure per parecchi di quei 20.000 detenuti che stanno dentro con meno di tre anni di pena ancora da scontare (di cui quasi 9.000 ne hanno meno di uno) e ci farebbero sentire tutti più sicuri se invec e potessero scontare l’ultima parte della loro pena in misura alternativa, lavorando per costruirsi un futuro decente.
    Sottoscrizione aperta ad enti, associazioni e singoli cittadini Per aderire: inviare una mail a redazione@ristretti.it con scritto “Difendiamo l’art. 27 della Costituzione” (le adesioni raccolte saranno raccolte in un dossier per il Presidente della Repubblica) www.ristretti.it
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Assolto Pino Maniaci

pinoRinviato a giudizio, il 30 marzo scorso, con l’accusa di “esercizio abusivo della professione giornalistica”, Pino Maniaci è stato assolto “perché il fatto non sussiste”. Questa la motivazione nella sentenza emessa dal giudice monocratico della sezione distaccata di Partinico del tribunale di Palermo, Giacomo Barbarino. 

Conduttore dell’emittente TeleJato, Pino era stato denunciato, da un anonimo (!) perché non iscritto all’Albo e dunque sprovvisto del tesserino professionale. Il fatto è che dava e dà fastidio a molti.
Con la sua Tv, Pino denunciava, con tanto di nomi e cognomi, fatti e misfatti in una terra, quella tra Palermo e Trapani, ad alta infiltrazione mafiosa. Un’attività “caratterizzata per le sue campagne contro Cosa Nostra e per la sua opera di informazione in settori come l’ambiente, le speculazioni sul territorio”. si legge nella sentenza del giudice Barbarino.
Questa sua Professionalità, questo suo coraggio, gli aveva tirato addosso nel corso degli anni una serie di intimidazioni, minacce, denunce e anche un’aggressione fisica, tanto da rendersi necessaria, per lui, la scorta dei carabinieri.

“In virtù di una sentenza della Corte costituzionale del 23 marzo 1968, che chiariva che l’appartenenza all’Ordine dei giornalisti non è condizione necessaria per svolgere l’attività giornalistica” Pino è stato scagionato da ogni accusa.

“Oggi abbiamo assistito – ha detto Maniaci al termine del processo– a una sentenza del tutto simile a quella pronunciata dalla Giustizia qualche anno fa” . Già nel luglio 2008 era stato assolto con formula piena in un altro processo per la stessa accusa, perché il fatto non sussisteva. “Allora come oggi – ha aggiunto Pino – sono stato assolto dall’accusa di esercizio abusivo della professione giornalistica da un giudice che ha citato l’articolo 21 della Costituzione”. Quello che sancisce la libertà di pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffuzione, per tutti.
Al processo era presente anche il segretario dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Jacopino.

Nel maggio scorso Maniaci è stato iscritto all’ordine dei giornalisti nell’elenco pubblicisti.

Non posso andare in bagno…

water2000…sono impegnata a boicottare Magneti Marelli.
Succede, a Sulmona (Aq), che si ritorni indietro di decenni sul fronte dei diritti basilari dei lavoratori.
Per fare pipì occorre un permesso firmato dal capo reparto con l’indicazione del nome dell’operaio, dell’officina dove si lavora, della data e dell’orario. L’azienda è la ”Magneti Marelli, Sistemi sospensioni Spa”.
Come si dice “devo andare a fare pipì?”. Alcuni, timidi, scrivono “bisogno fisiologico”, altri “wc” o “bagno”. E le donne devono chiedere il permesso perfino per cambiare l’assorbente… sai com’è, ogni mese, le mestruazioni… (leggi l’art. su www.repubblica.it)

Devo comprare la batteria nuova per la mia macchina?

Compro MAC, FIAMM, EXIDE, VARTA, BOSCH…
Almeno finché non scopro che pure queste aziende fanno dello Statuto del lavoratori un comodo scendiletto.
Al limite, alla fine, andrò a cavallo.

guarda la differenza

batteria magneti marelli cavallo-in-corsa

 

 

 

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