Tesimone di giustizia, presidente dell’associazione antimafia “Rita Atria” di Palermo, Piera Aiello viveva in una località segreta da 18 anni, protetta dallo Stato.
La sua copertura è saltata a causa “di due uomini dell’Arma dei Carabinieri, che presumibilmente hanno consentito che le famiglie mafiose denunciate da Piera Aiello venissero a conoscenza della sua attuale collocazione territoriale”. E’ la denuncia dell’associazione palermitana e di Libera.
Piera ha scritto una lettera al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, per ribadire la sua fiducia nelle Istituzioni.
Quelle stesse istituzini che oggi la stanno lasciando sola, esposta al rischio quotidiano di essere ammazzata dalla mafia che ha denunciato, anni fa, al giudice Borsellino.
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Il senatore Giuseppe Lumia ha presentato un’interrogazione parlamentare sul caso di Piera Aiello, il 22 aprile scorso. www.giuseppelumia.it_interrogazioneparlamentare
Chi è Piera Aiello
A 14 anni incontra Nicola (Nicolò) Atria, figlio del bos don Vito Atria, facente capo al clan degli Accardo. Se ne innamora, lo sposa. Appena nove giorni dopo don Vito viene ucciso. Nicola tenta di vendicarlo, viene assassinato a sua volta davanti agli occhi della moglie.
Piera non era una mafiosa, “quella cultura non mi è mai appartenuta” ha sempre ripetuto. Tanto che, anche dopo il matrimonio con Nicola, decide di partecipare al concorso per agente di polizia. Il marito aveva acconsentito, “può far sempre comodo” le disse. “Se divento poliziotta, e se tu non metti la testa a posto, sarai il primo che sbatterò dentro” rispose lei. Lui la picchiò, ma Piera era “orgogliosa di ribellarsi” ad un mondo che rifiutava completamente.
Quando, pochi giorni dopo l’assassinio del marito, è avvicinata da un carabiniere, decide di seguirlo a Terracini per incontrare il giudice Paolo Borsellino. “Da allora Borsellino per me non rappresentava solo il magistrato che si occupava delle mie testimonianze – dice Piera – ma diventò un amico, un padre a cui aggrapparsi dei momenti di sconforto”.

Chi era Rita Atria
Figlia di don Vito Atria. Legatissima al fratello, Nicola, che le racconta tutto: chi sono gli assassini di suo padre, chi comanda in paese, chi gestisce il traffico di droga. A 17 anni, un fardello più grande di lei.
Quando il fratello viene ucciso a sua volta, quando Calogero, il fidanzato, la lascia perché la cognata, Piera, era diventata nel frattempo testimone di giustizia, spedita in una località segreta. Quando la mamma pure la rinnega, Rita rimane completamente sola.
Cosa fare? Diventare complice, sottomettersi al sistema, per recuperare gli affetti? O denunciare, liberarsi dal fardello, essere libera per liberare suo padre, sua madre, gli affetti, un mondo?
Decide per la libertà. Come Piera, incontra Borsellino e racconta, denuncia, indica nomi e cognomi. Vive sotto copertura a Roma, da sola, senza mai incontrare, parlare, confidarsi con qualcuno. L’unico conforto quel giudice che di lì a breve però sarà ammazzato. A 17 anni, vede il vuoto intorno a sé, lo sconforto prende il sopravvento, non ce la fa ad andare avanti. Si uccide.
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"Con l'emendamento votato al Senato che consente la vendita dei beni immobili confiscati alle mafie, viene di fatto tradito l'impegno assunto con il milione di cittadini che nel 1996 firmarono la proposta per la legge sull'uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettivita''. Lo afferma don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e Presidente di Libera.