La spazzatura di Napoli inquina le campagne
Il caso dell’azienda Iemma assediata dai rifiuti
Maruzzella 3, la più grande discarica campana (foto vd’a)
“È finita l’emergenza rifiuti in Campania”, ha dichiarato in conferenza stampa il sottosegretario Guido Bertolaso il 17 dicembre scorso al termine del consiglio dei ministri che ha emanato un decreto legge in materia. È vero, se fine dell’emergenza significa il formale passaggio delle competenze dal commissario straordinario a Regione e Province, come prevede il decreto. Ma questi lunghi 15 anni hanno provocato un tale disastro al territorio campano cui difficilmente, Regione e Province, riusciranno a rimediare.
Formaggi e Rifiuti. Basta andare nelle campagne del casertano per capirlo. E nessuna storia lo chiarisce meglio di quella dell’azienda bufalina, “Cesare e Giulio Iemma”, di Pastorano, provincia di Caserta, patria del caratteristico formaggio filante. La famiglia Iemma vanta due primati: quello di gestire il primo caseificio al mondo ad aver trasformato il latte di bufala in mozzarella, ricotta, provola e burro; e quello di prima azienda ad aver introdotto la mungitura meccanica. Un’azienda che esporta in tutto il mondo, con standard di qualità massimi certificati dall’americana Food & drug administration, e un fatturato di quasi 8milioni di euro al 30 novembre 2009. Un’azienda che in altri Paesi e contesti verrebbe trattata con i riguardi che spettano all’eccellenza. Ma in Italia, e in Campania, invece di essere valorizzata e protetta, è costretta a sorvegliare pezzo pezzo il territorio confinante, per evitare che vi installino impianti di stoccaggio di rifiuti, anche speciali (e quindi più pericolosi) che possono inquinare il terreno, l’aria, l’acqua.
L’assedio. Fra le tante battaglie intraprese, una dura ormai da un anno e mezzo. Da quando gli Iemma hanno scoperto che un sito per l’assemblaggio di pannelli fotovoltaici era stato trasformato in stoccaggio di rifiuti speciali con il beneplacito di Regione e Provincia e la benedizione della chiesa locale. La storia comincia nel 2000, quando su un terreno vicino, la Curia di Capua ottiene la concessione edilizia per realizzare i capannoni per i fotovoltaici, che nel 2005 cede alla società Esogest Ambienti srl, di Casapulla, che si occupa invece della gestione integrata dei rifiuti liquidi e solidi. La società chiede e ottiene senza tanto penare le autorizzazioni per convertire l’attività. Regione e Provincia infatti esprimono parere favorevole di compatibilità ambientale, senza compiere “alcun sopralluogo tecnico necessario per acquisire una più approfondita cognizione del contesto”. Lo dice il tribunale amministrativo regionale al quale un anno e mezzo fa si sono rivolti gli Iemma insieme ad altri imprenditori bufalini della zona, una volta smascherato l’inganno, ben coperto. Il decreto regionale di autorizzazione dell’impianto, infatti, dopo mesi dall’adozione e fino al ricorso al Tar, non era stato ancora pubblicato nel Bollettino ufficiale della regione. Il “contesto” di cui parla il tribunale è quello di “un territorio sin dall’antichità definito felix per la fertilità del terreno” spiega Giuseppe Messina, agronomo, funzionario del ministero dello sviluppo economico, negli anni novanta vicesindaco di Caserta. “Una zona che ospita più dell’80% del patrimonio bufalino italiano, è primo per la produzione di fragole, di nettarine, secondo per la produzione di ciliegie. Conta ben 13 prodotti fra Igp, Dop e Doc, tre marchi di acque minerali conosciute in tutto il mondo” dice Messina. Il Tar ha dato ragione agli imprenditori annullando i decreti istituzionali, ma per un anno e mezzo (la sentenza del tribunale è del 6 febbraio 2008) è rimasto tutto bloccato al consiglio di stato che solo l’11 dicembre scorso ha ascoltato la Esogest che aveva proposto appello insieme alla Regione. “La nostra terra – dice Manuela Vigliotta – è preda di continui attacchi concentrici. Qui non è solo un fatto di camorra, ma anche di mala politica, di interessi industriali. Come si fa a competere?”.
Quindici chilometri. L’obiettivo è scongiurare che si estenda fin qui quella invazione di ecoballe, di tonnellate di rifiuti sversati appena 15 chilometri più in là, nei vari impianti, eredità del quinquennio di emergenza. Fino alle ultime discariche previste dal governo nel 2008 “per legge, quindi senza alcun accertamento tecnico preventivo – afferma Lorenzo Tessitore del Coordinamento regionale rifiuti (Co.re.ri) – per far fronte proprio all’emergenza, così ci è stato detto”. “Per capirsi – dice l’agronomo Messina – il tutto sta in due comuni, San Tammaro e Santa Maria La Fossa. Si dice, in un Comune abbiamo fatto un impianto, poi faremo una discarica in un altro. Allora si presuppone che gli impianti distino fra loro centinaia di chilometri”. Sono appena 320 metri invece quelli che separano il sito di stoccaggio di Ferrandelle nel comune di Santa Maria La Fossa, da quello di compostaggio di San Tammaro che è affiancato alla discarica Maruzzella 1 e al sito di stoccaggio Maruzzella 2. Alle spalle c’è la nuova discarica Maruzzella 3, da 1milione 600mila metri cubi. È la più grande attualmente in funzione in regione, aperta con un’ordinanza del Presidente del Consiglio nel 2008, la stessa che sempre a San Tammaro ha previsto anche un sito di stoccaggio delle ecoballe da bruciare nel costruendo inceneritore di Santa Maria La Fossa, su cui la magistratura avrebbe scoperto la longa manus del clan dei Casalesi.
Un chilometro e mezzo più avanti ci sono altre due discariche, Parco Saurino 1e 2, e la vasca di Parco Saurino 3 mai utilizzata. Alle spalle, lo Stoccaggio di ecoballe di Pozzobianco. “Insomma, nel ventricolo sinistro della produzione di elezione dell’agricoltura casertana – afferma Messina – sono state allocate 6-7milioni di tonnellate di rifiuti che costituiscono un bubbone gravissimo per l’economia, il territorio e l’ambiente”. “È evidente – dice laconico Tessitore – che l’emergenza non è stata affatto risolta, solo spostata dalle città alle campagne”.
Da Il Fatto Quotidiano del 29 dicembre 2009
leggi l’art. in pdf_IlFatto29dic2009



“Il dibattito sui tumori in questa città è completamente inventato” ha dichiarato nei giorni scorsi Emilio Riva. “Oggi siamo in grado di spiegare il perché di tale e tanta arroganza – afferma Biagio De Marzo -. Occorre leggere per intero il parere che la Commissione Ippc il 29 ottobre scorso ha inviato al ministero dell’ambiente, relativo all’autorizzazione integrata ambientale di Ilva Taranto. Con quel parere noi riteniamo che il patron di Ilva stia per ottenere una “proroga” delle sue emissioni inquinanti, grazie ad un’aia a lui favorevole e con la “benedizione” del ministero dell’ambiente”.
La Svolta. Donne contro l’Ilva un documentario di denuncia sull’Ilva di Taranto presentato alla 67 Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia