Scrivo seduta in un caffé davanti al museo delle arti, a Seattle, stato di Washington.
Da perfetta provinciale italiana, dopo quattro giorni di intrugli locali (mai paese ha potuto partorire una cucina più irrispettosa del buon sapore e della genuinità) sono corsa a prendere un espresso. Discreto. Lo stomaco per oggi è redento.
Una goccia nell’oceano, diceva Teresa di Calcutta. Stare qui, in un certo senso, rilassa, perché ti scrolla di dosso quella (a volte) insopportabile responsabilità che senti gravare sulle spalle: come se la salvezza del mondo dipendesse da te.
Seattle-Roma, distanza in linea d’aria: 9.129 chilometri – 5.660 miglia. Per le strade sconfinate di questa controversa nazione: africani, asiatici, europei. Americani, alla fine pochi. L’America amplifica la dimensione cosmopolita che pure si può avvertire a Roma, apppena assaggiare a Lecce, con i suoi neanche cinquemila stranieri residenti. Tu, un puntino nell’universo. A che pro dunque affannarsi? Quanto vale il mio impegno? Che ricaduta ha il mio contributo (nel Salento) per i miliardi di esseri umani sparsi per il mondo? Per la costruzione di una società che vorrei (non più, ma) giusta.
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aprile 18, 2008
