Archivio per ‘Lavoro’

aprile 26, 2010

Il futuro è passato

Un viaggio nel mondo del popolo dell’Inps e dell’Inpdap per cercare di capire cosa aspetterà a chi andrà in pensione tra 20, 25 anni. A preoccupare non sono i conti, ma la destrutturazione del mercato del lavoro. I giovani non devono prendersela con chi è in pensione oggi ma con il loro “lavoro cattivo”. E’ lì che bisogna agire.

Un’inchiesta di Piero Riccardi e Michele Buono per Report, a cui ho collaborato.
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novembre 17, 2009

Ilva e diossina: tutti sapevano nessuno si è mosso

L’ultimo intervento della magistratura è del 3 novembre scorso. Su mandato della Procura di Taranto, la guardia di finanza ha sequestrato quattro pontili nello scalo portuale utilizzati dall’acciaieria più grande d’Italia per lo sbarco delle materie prime e l’imbarco dei prodotti finiti. Si contestano violazioni in materia ambientale, tra cui lo stoccaggio di rifiuti speciali. L’Ilva avrebbe operato senza autorizzazioni. Tra i denunciati, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento. È l’ennesimo legnata per una città martoriata dall’inquinamento, la “Seveso del sud” l’hanno ribattezzata gli ambientalisti. Con la differenza che se a Seveso, nel ‘76, l’inquinamento da diossina fu un fatto repentino (un guasto a un reattore provocò lo sprigionarsi di una nube tossica che avvelenò la popolazione, inquinò l’ambiente), a Taranto la diossina sparge morte lenta “da 45 anni” denuncia Peacelink, l’associazione che ha smascherato lo stato dei fatti nel 2005. Da allora sappiamo che a Taranto si produce il 90% della diossina prodotta in Italia, l’8,8% del totale europeo e che il formaggio prodotto a Taranto è contaminato e per questo oltre mille capi di bestiame l’anno scorso sono stati abbattuti, con grave danno per le aziende zootecniche della zona.. Eppure i dati sulla diossina erano pubblici, bastava leggere il registro Ines, inventario nazionale delle emissioni e delle loro sorgenti. Dov’erano gli organi di controllo, le istituzioni, cosa faceva la politica locale, nazionale? Gli europarlamentari, anche quelli italiani, già dal 2001 conoscevano il pericolo. Gliene dava conto la Commissione europea nel promemoria “Strategia comunitaria sulle diossine, i furani e i bifenili policlorurati”. La notizia la dà, di nuovo, Peacelink. Con quella nota la Commissione Ue spiegava che “le autorità di regolamentazione hanno esternato timori per gli effetti negativi che l’esposizione a lungo termine a quantità anche infinitesimali di diossine e PCB (i bifenili policlorurati, ndr) può produrre sulla salute umana e sull’ambiente” e, esortando a “informare l’opinione pubblica”, avvertiva che “la sinterizzazione dei minerali ferrosi potrebbe diventare in futuro la fonte principale di emissioni industriali”. Bene, anzi male. Gli europarlamentari italiani avrebbero dovuto sapere che proprio in Italia, a Taranto è ubicato l’impianto di sinterizzazione di minerali ferrosi più grande d’Europa. Un colosso che si estende per una superficie che è il doppio di quella della città che lo ospita. Gioia e dolore dei tarantini, 13mila occupati nello stabilimento, 20mila con l’indotto. Il ricatto occupazionale tiene sotto scacco da sempre la città, paralizza le istituzioni, spesso resesi complici. “Occorreva informare gli abitanti – dice Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione – ma nulla è stato fatto anzi, si facevano pascolare le pecore attorno all’impianto e i consumatori, ignari, consumavano prodotti contaminati da diossine, furani e PCB”. Un mese fa la Asl di Taranto ha riscontrato la contaminazione anche nelle uova dei pollai di Martina Franca, 20 km a nord di Taranto. “La diossina – dice Marescotti – può avere un impatto sulla salute di chi consuma ma anche di chi non è ancora nato. Le donne in età fertile o in stato di gravidanza dovrebbero essere tutelate”. In due anni già due mamme hanno scritto a Peacelink denunciando la malattia dei figli. Un ventenne colpito da linfoma linfoblastico (la denuncia è del settembre scorso) e l’altro, un bambino nato con la labiopalatoschisi, una malformazione della bocca. Daniela S, la sua mamma, due anni fa raccontò: “Nello stesso mese, nello stesso ospedale di Taranto si sono avuti 4 casi simili”.
“L’unico atto concreto finora – afferma l’ingegnere Biagio De Marzo, ex capoufficio tecnico all’Ilva, componente di Peacelink e dell’Ail, associazione italiana contro le leucemie – è stata la legge regionale che nel 2008 ha imposto alle industrie pugliesi il limite europeo di 0,4 nanogrammi per metro cubo di tossicità equivalente per le emissioni di diossina. Una legge purtroppo depotenziata dal compromesso firmato nel febbraio scorso tra Governo e Regione Puglia, con la regia del sottosegretario Gianni Letta”. La legge imponeva all’Ilva una riduzione progressiva della diossina entro date prestabilite. “Il compromesso istituzionale – spiega De Marzo – ha fatto slittare il primo termine da aprile 2009 a giugno 2009, e quindi via via tutti gli altri. Di questo passo come si farà a rispettare la data del 2010?”.
Rimane il paradosso che mentre la Regione, proprio perché spinta dalle pressioni degli ambientalisti sul caso Ilva, è riuscita a uniformarsi agli stardard del resto dei paesi europei, l’Italia ancora non lo fa. Il decreto legislativo 152/2006 prevede infatti un limite alle emissioni di diossina immensamente superiore, “pari a 10 mila nanogrammi in concentrazione totale, e 333 per tossicità equivalente!” spiega De Marzo. Secondo Peacelink il decreto sarebbe peraltro viziato da incostituzionalità perché avrebbe dovuto attenersi a quanto prescritto dalla legge delega (la 308 del 2004) che sanciva il rispetto dei principi e delle norme comunitarie “e palesemente non lo ho fa fatto”.
Taranto intanto è spaccata tra quanti hanno proposto un referendum popolare per la chiusura dello stabilimento e quanti invece ne difendono la vita in nome dell’occupazione. Per ora ci ha pensato il consiglio comunale a sbloccare il dilemma. Il referendum avrebbe dovuto tenersi in primavera, in concomitanza delle elezioni regionali. Troppo scomodo. E con i soli voti dei consiglieri di maggioranza si approva una modifica al regolamento sul referendum consultivo che fa slittare il tutto.

Da Il Fatto Quotidiano del 17 novembre 2009

Leggi l’art. in pdf_IlFatto17nov2009

La Svolta. Donne contro l’Ilva un documentario di denuncia sull’Ilva di Taranto presentato alla 67 Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia
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novembre 1, 2009

Vincenzo Angelini paga tangenti ai politici e i dipendenti rimangono senza stipendio

villa_pini_protesta3Sono da sette mesi senza stipendio, ad alcuni di loro i servizi sociali hanno sottratto i figli perché non sono più in grado di badarci, altri rischiano di perdere la casa, messa all’asta perché non possono pagare più il mutuo. Sono i 1400 lavoratori della sanità privata abruzzese impiegati nel gruppo Villa Pini di Vincenzo Angelini. Quel Vincenzo Angelini, il grande elemosiniere della sanità abruzzese che, da quanto lui stesso riferito a suo tempo alla procura della repubblica di Pescara, ha pagato tangenti per decine di milioni di euro a destra prima (grande finanziatore di Forza Italia) e a sinistra poi, per assicurarsi i favori della politica. Ed è stato il terremoto, quello istituzionale. Esploso l’anno scorso con l’arresto dell’allora presidente della Regione, Ottaviano del Turco e una decina tra assessori, ex-assessori, consiglieri ed alti funzionari regionali.
Da martedì sera, a turno, per non compromettere le prestazioni sanitarie essenziali a tutela dei pazienti, i 1400 lavoratori delle diverse strutture sanitarie del Gruppo sacrificano ferie e riposi settimanali per presidiare giorno e notte la sede dell’assessorato. Supportati dai sindacati Cgil, Cisl e Ugl, sono intenzionati a continuare ad oltranza nella protesta “fino a quando non ci saranno risposte serie e definitive” dice Carmine Ranieri, segretario generale funzione pubblica Cgil Abruzzo. L’occupazione è scattata dopo l’ennesimo tentennamento della Regione che nell’ultima riunione di una vertenza che va avanti da almeno un anno non ha saputo indicare l’ammontare dei debiti delle Asl verso Angelini. “Il presidente della Regione, Gianni Chiodi ha parlato di una somma prudenziale pari a 6 milioni 350 mila euro. Ma una cifra del genere – spiega Ranieri – consentirebbe di coprire solo i contributi fin qui maturati e al massimo uno stipendio arretrato”. “Hanno paura, per questo non intervengono come devono – si sfoga al telefono Carla Di Fabio, da dieci anni fisioterapista della SanSteFar, azienda del gruppo sanitario Angelini -. Il nostro datore di lavoro è riuscito a mandare in galera Del Turco e mezza giunta regionale e adesso hanno paura di finire allo stesso modo. Ma io chiedo al presidente Chiodi, che parla sempre di rispetto delle regole, se un imprenditore che da sei mesi non paga gli stipendi a 1400 lavoratori è una persona dentro le regole”. “Che mi ricordi – dice Carla – in tanti anni di servizio non abbiamo mai ricevuto lo stipendio puntuale al 10 del mese. Mai un permesso retribuito per i corsi di formazione che pure l’azienda dovrebbe riconoscere. Due anni fa i ritardi nel pagamento degli stipendi si sono allungati fino a tre mesi. Fino ad arrivare a sei mesi quest’anno. Solo dopo manifestazioni, proteste e solleciti abbiamo ottenuto il pagamento diretto dalle Asl di quattro stipendi arretrati. L’ultimo pagamento è di settembre quando, a copertura parziale dello stipendio di aprile, abbiamo ricevuto 516 euro”.
I lavoratori sono allo stremo, non sanno più come andare avanti. “Mia figlia – dice Carla – ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica per chiedere, per favore, di far prendere lo stipendio alla sua mamma. E ci sono colleghi che se la passano peggio, alcune mamme monoreddito hanno perso l’affidamento dei propri figli”.
Non solo i lavoratori, ma anche le ditte esterne che nelle strutture del Gruppo Angelini garantiscono servizi come quello della mensa o delle pulizie minacciano ormai azioni forti per i mancati pagamenti. “La Regione deve pretendere il rispetto delle regole da Angelini – afferma Ranieri – altrimenti procedere alla rescissione delle convenzioni affidando la gestione temporanea dei servizi alle asl in attesa di accreditarli ad altri imprenditori, più affidabili. E’ una procedura già seguita anni addietro in altre regioni e ha funzionato, ha consentito il corretto funzionamento di un servizio pubblico essenziale com’è quello sanitario”.
Giovedì mattina intanto i sindacati sono stati ricevuti al Senato da Ignazio Marino, presidente della Commissione d’inchiesta sull’efficacia del Servizio sanitario nazionale che già nei mesi scorsi con l’ausilio dei Nas, aveva effettuato un sopralluogo in alcune strutture psico-riabilitative del Gruppo Angelini riscontrando gravi irregolarità presso le strutture “Ex Paolucci” e “Le villette” di Chieti: mura macchiate di muffa, pavimenti sporchi e scivolosi imbrattati di urina e sangue, scarsa igiene nelle stanze e nei bagni. Ne è seguita un’ordinanza del sindaco di Chieti, Francesco Ricci, che nel settembre scorso ha disposto la chiusura delle strutture, ancora però attive in attesa che si trovi una idonea sistemazione per i pazienti e i lavoratori. Marino ha assicurato ai sindacati che farà tutte le pressioni istituzionali necessarie affinché si intervenga a 360 gradi per risolvere la grave situazione in cui ormai si è impantanata la sanità abruzzese.

Da Il Fatto Quotidiano dell’1 novembre 2009
La foto è tratta dal sito di indymedia abruzzo

ottobre 8, 2009

A Colleferro il “sequestro” ha funzionato

“Un segnale positivo l’abbiamo ottenuto. Mentre ieri l’azienda ci dava solo nove mesi di vita, oggi (ieri, ndr) ci hanno promesso che si impegneranno a trovare una soluzione per evitare la chiusura”. L’azione di forza, lo pseudo sequestro dei tre dirigenti dell’Alstom attuato martedì dagli operai di Colleferro, è andata a segno. Nella mattinata di ieri, dopo un incontro, a Frascati, tra l’azienda e il Coordinamento aziendale europeo (che riunisce i rappresentanti sindacali dei vari stabilimenti Alstom in Europa) “ci è stato promesso che entro la fine dell’anno presenteranno un nuovo progetto industriale che ci consenta di uscire da questo tunnel” spiega Paolo Caviglia, Rsu Cgil.
In concreto non molto. “Insieme alla regione Lazio – dice Caviglia – l’Alstom valuterà l’opportunità di creare un polo manutentivo per le linee regionali e le aree metropolitane. Un polo costituito da una parte pubblica e una privata”. La multinazionale francese metterebbe a disposizione le maestranze.
Gli operai, gli impiegati della Alstom per ora tirano un sospiro di sollievo. La prospettiva di un trasferimento a Napoli o addirittura in Francia, come paventato mercoledì dall’azienda, non era assolutamente allettante. L’età media in fabbrica è di 40 anni. “L’azienda ci tiene a dare di sé un’immagine pulita, di vicinanza ai dipendenti e per questo che si fa avanti con queste proposte – spiega Caviglia – ma per noi è difficile lasciar tutto e andar via. Un trasferimento di questo tipo non so fino a che punto si possa prendere in considerazione. Ognuno di noi ha famiglia, un mutuo contratto per comprare casa, figli piccoli, come si può pensare di trapiantarci oltralpe?”.
Ma anche chi, a 57 anni, potrebbe anche al limite andare in pensione non ci sta a mollare. Mauro Perna, impiegato, da 30 anni responsabile della settore elettrico, una figlia ancora a carico, con una moglie che non lavora, dice: “parlano tanto di alzare il tetto dell’età pensionabile e poi, all’atto pratico, nessuno disdegna di ricorrere ai soldi di mamma Inps per i prepensionamenti”. E non si capacita, Mauro, del perché lo stabilimento di Colleferro “che raccoglie le professionalità di un’intera provincia che è quella di Roma e oltre”, perché sia stato ridotto a lavorare solo sulla manutenzione. “Siamo nati come costruttori di treni – dice Mauro Perna – è l’Alstom che ha deciso, già due anni fa, di concentrare il lavoro solo sulle riparazioni perché il mercato italiano, ci dicevano, non permetteva di avere due siti dedicati alla costruzione. A Savigliano si costruisce e a Colleferro si ripara, questo ci ripetevano continuamente”.
E proprio da Savigliano, provincia di Cuneo, arriva la notizia di un’ora di sciopero previsto per stamattina, con uscita anticipata dalla fabbrica, “per sostenere la causa dei nostri colleghi di Colleferro, perché oggi tocca a loro, domani a chi?”. In un comunicato congiunto, gli Rsu attaccano così la strategia industriale della Alstom “che fa a pezzi le nostre fabbriche e il nostro lavoro” e chiedono “dove sono finiti i proclami della multinazionale francese che ha dichiarato grandi propositi e acquisizioni di commesse per il mercato italiano e non” e “perché porre la pregiudiziale che le commesse debbano arrivare da un cliente italiano per salvare il sito di Colleferro”.
Il punto è che, anche in questa vertenza come in tante altre che si stanno consumando in giro per l’Italia, sembra che la questione abbia poco a che fare con la tanto evocata crisi economico-finanziaria e la pesante recessione che ne è derivata. Lo spiega in parole semplici Mauro Perna quando dice che “la Alstom ha un sacco di lavoro se solo ci facesse lavorare invece che dare l’attività in appalto a ditte esterne”. Delle regioni meridionali, della Campania e del napoletano soprattutto. Per lo più ditte individuali, dove gli operai costano meno, reclamano scarsi diritti sindacali “perché quando uno ha bisogno si adatta”. E magari sono anche meno preparati. “Nel nostro settore però – afferma Perna – la professionalità è importante per essere competitivi, per garantire sicurezza. Parliamo di treni che trasportano persone”. E quella dell’appalto a ditte esterne è una storia vecchia, come vecchia è la periodica minaccia di chiusura da parte dell’azienda. “È già successo nel 2007 – ricorda Perna. Poi la soluzione definitiva del problema è stata posticipata, come i manager sembrano intenzionati a fare oggi.

Da Il Fatto Quotidiano dell’8 ottobre 2009