“La politica, le istituzioni hanno interesse a che si continui a pensare che a Roma non c’è mafia”. Lo ha detto stamattina il procuratore di Tivoli Luigi De Ficchy, intervenendo ad un’iniziativa di Libera a Roma sul “contrasto a riciclaggio e usura”. “A Roma – spiega il procuratore – c’è un tale dispiegamento di forze di polizia che sarebbe troppo ammettere che c’è la mafia e poi Roma è la capitale d’Italia ed evidentemente non può portare sul bavero una tale macchia”.
Eppure l’escalation di delitti che si registra da anni la dice lunga. Come la dicono lunga gli investimenti della ‘ndrangheta nei ristoranti e negli alberghi della capitale. Nel luglio scorso la Dda di Reggio Calabria ha proceduto ad un maxi sequestro di beni mobili e immobili del valore di 200mila euro riconducibili alla cosca Alvaro di Cosoleto, in provincia di Reggio Calabria. Tra i beni sequestrati il noto “Cafè de Paris” di via Veneto, negli anni 50 e 60 simbolo della “Dolce vita”. “Il fatto che a coordinare l’operazione sia stata la Dda di Reggio e non quella di Roma dà l’idea della sottovalutazione del fenomeno anche da parte di noi magistrati” dice de Ficchy.
L’aver minimizzato per anni il ruolo della mafia non solo a Roma ma anche nella regione non ha fatto altro che “determinare un’infiltrazione sempre maggiore”.
Nella capitale è particolarmente attiva la ‘ndrangheta che a partire dagli anni ’70 ha stretto un patto di ferro con la massoneria deviata garantendosi canali importanti nelle istituzioni e l’accesso facile ad attività industriali e commerciali importanti . “Gran parte degli ‘ndranghetisti – dice de Ficchy – sono diventati massoni. Fu in quegli anni che all’interno della mafia calabrese si è formata la struttura segreta denominata La Santa”. Detta anche “società maggiore”, la Santa nasce proprio per favorire i rapporti con persone non affiliate e che hanno prestato giuramento in altri corpi: carabinieri, magistrati, ma anche politici, e soprattutto con la massoneria.
Nel sud del Lazio imperversa la camorra che ha il controllo degli appalti pubblici. “Se in passato – spiega de Ficchy – la camorra si limitava a prendere una percentuale all’impresa che vinceva l’appalto, oggi invece impone l’affidamento del subappalto a proprie imprese”.
La criminalità organizzata oggi è impresa. E investe capitali ingentissimi che vengono riciclati soprattutto attraverso l’usura. Il commerciante, l’imprenditore in difficoltà che non riesce ad accedere al credito bancario si rivolge all’usuraio che oggi, anche a Roma, è sinonimo soprattutto di mafia, la sola a disporre dei capitali necessari. “Tramite l’usura – dice de Ficchy – la mafia soggioga l’imprenditore in difficoltà fino ad appropriarsi della sua impresa che poi utilizza per riciclare il denaro sporco”.
Altro canale di riciclaggio importante sono le banche. “Senza le banche – spiega il procuratore – non sarebbe possibile gestire la mole di capitali che ‘ndrangheta e camorra muovono su Roma e il Lazio”.
L’infiltrazione mafiosa nel Lazio oggi è tale che arriva a spingersi anche nelle province del nord, a Viterbo in particolare, “dove da qualche tempo si registrano omicidi, rapine, ma l’opinione pubblica sembra non accorgersene, i giornali relegano questi fatti nelle pagine della cronaca”.
“Del resto – dice De Ficchy – nel nostro paese, in tutto il paese, c’è il far west ma continuiamo a non volerlo vedere, a far finta di niente”.




