Diario… o qualcosa di simile

i Diaframma all’Animal Social Club di Roma – 11 novembre 2011
Sono arrivata all’Animal Social Club alle 21.15 pensando fosse tardi. “Un locale, al chiuso”, pensavo… “se arrivo tardi trovo tutto esaurito e mi perdo il concerto”. È in via di Portonaccio, vicino alla stazione Tiburtina. Non un’insegna fuori, immaginiamo sia quello il posto da un capannello di una decine di ragazzi(ni) in attesa al gelo (fanno 7 gradi!) davanti ad un cancello rosso. Pensavo che il popolo dei Diaframma fosse più attempato. Popolo? Nel frattempo saremo diventati si e no una 30na.
Il concerto è previsto per le 22. Alle 22.05 ancora non si vede nessuno, tutto chiuso. Intanto abbiamo fumato una buona dose di tabacco, illudendoci di scaldarci dentro, ma le dita di mani e piedi non mentono. E stamattina mi son svegliata con decimi di febbre.
Finalmente aprono. L’uomo della security e due pachistani tuttofare sistemano transenne, catene, divisori a segnare il percorso in un cortile largo appena due metri. Bah, già i muri di confine sarebbero più che sufficienti. E saremo arrivati a non più di 35 anime. Sono un po’ delusa e penso, ma non mi capacito, sarà vero che “non ha mai venduto un cazzo la new age”.
Ancora non si entra. “Fa freddo!” dico impaziente al giubbotto nero con la scritta security service. Un cranio lucido, immagino gelato si volta (“ma i pelati non hanno freddo in testa?” dico evidentemente a voce alta, non me n’ero accorta, perché una ragazza mi risponde “saranno abituati”), due braccia si divaricano, due spalle si sollevano. Due occhi insipidi che pure diventano dolci mi guardano e accompagnano una voce anche questa insapore ma gentile, “lo so, mi dispiace, ma se non mi danno il segnale non posso farvi entrare”.
Gli squilla il cellulare, all’uomo della security. Sarà il segnale! Una 80ina di piedi si muovono, scalpitanti. Falso allarme, era una telefonata per chiacchierare.
22.15 finalmente dentro. No! nel cortile. “Dovete consegnare il codice di prenotazione online al primo tavolo che incontrate” e ancora fuori, nel cortile, altra tappa, un tavolo più in là, bisogna pagare il biglietto.

“Scusate voi dove andate?” dice il tickettaro, il ragazzo che fa i biglietti, testa pelata pure lui. Freddo! Lo guardo è ho sempre più freddo. Ma i pelati come fanno? Questa volta lo penso soltanto, non lo dico, ne sono certa, infatti nessuno risponde.
Mi volto, seguendo il suo sguardo, e vedo un vinile, cinto da un braccio grigio che lo addossa ad un torace ritto, asciutto. I miei occhi risalgono il collo, vanno su per le gote e raggiungono altri occhi. Quello di destra è appannato da un ciuffo che cade verticale, triangolare… Una volta era corvino, oggi bigio.
“No!” penso, ma non dico, la voce mi si strozza in gola… “Siamo il gruppo” risponde invece chiara una voce calda, che contrasta col gelo del cortile e il cuoio capelluto del pelato, che diosanto (!) non l’ha riconosciuto. Cristo! Informati, fatti un giro su internet, guarda qualche foto, familiarizza con la sua faccia… non devi per forza conoscerlo, ma stai all’ingresso, fa vedere che… “Siamo i diaframma” continua lui, la voce ormai materializzata in FF.
“È lui!” penso di nuovo, e di nuovo non dico. Le dita nel portafoglio, immobili, ancora stringono i soldi e non ne vogliono sapere di muoversi. Una pausa che sembra eterna, invece è un attimo. Tanto ci mette il pelatogelato-tickettaroignorante a rompere il silenzio con un banale “Ah!”. “Ah?!?” penso, guardando l’occhio appannato dal ciuffo. “Cristo!” penso ancora. “Ah! Si si, entrate pure” continua quello. Sia lode a dio.

Svaniscono. Io come un automa mi rivolto (proprio mi rivolto!) verso il pelatogelato tickettaroignorante, pago, entro. Mi guardo intorno. Altra tappa, altro tavolo, c’è da ritirare la tessera. Mi raggiungono Giulia e Emanuela. Do i miei dati, mi consegnano la tessera.
Di traverso lo vedo, sta venendo incontro, mi sfiora con lo sguardo, si sarà sentito osservato, ma io in un attimo distolgo il mio. Cazzo, la mia timidezza! E intanto lui passa oltre. Cazzo!
Sprofondo in una poltrona stile rococò, di un beige a chiazze sbiadito. Sul tavolino davanti appoggio il whisky. Lo sorseggio e mi guardo intorno, ho intenzione di rimanere qui seduta finché non sarà il momento. C’è prima un gruppo d’appoggio. Sai che palle, proprio non mi interessano. Se lo gustino pure loro, ragazzini ammassati sotto il palco di una sala cupa e bruna, nero il linoleum (ma forse non è linoleum e neanche è nero), nere le pareti (o così sembrano al buio), nera la moquette del palco. Bianche, in fondo, solo le porte del bagno che sembra il regno della Via Lattea: bianche le piastrelle, bianco il lavandino, bianco il gabinetto. Uno spruzzo, un trionfo di luce che abbaglia, per contrasto, entrando.
La sala comincia a riempirsi, “allora forse c’è speranza” penso, non è grandissima comunque.
L’ho perso, non lo vedo più. Eccolo, sul lato, vicino all’ingresso, nessuno se lo fila! Bah…
Troppo occupati a fare la coda per la tessera, un gruppetto dietro di me gioca al calcio balilla, pochi altri al bancone del bar, colorato di verde e bordeaux.

Adesso va avanti e indietro nell’indifferenza generale. Non mi capacito.
L’ho perso di nuovo, no eccolo. Un brivido. Basta mi dico. Timida va bene, ma poi… “Manuela, il tuo cellulare fa le foto?”. “Si, vuoi farne una con lui?”. “Certo, adesso che ripassa lo fermo”. Ripassa. Mi sollevo sulle gambe, gli tocco l’avambraccio. Si volta, mi guarda. “Federico?”. “Si?” “Facciamo una foto?”. Mi viene in mente Vinicio. Scontroso, lunatico, da tunonsaichisonoio. “Non mi piacciono le foto” pare risponda normalmente a chi osa avvicinarlo e chiedere.
“Si, certo” ascoltano invece le mie orecchie. Viso pulito, sguardo sincero. Non un sorriso falso, da chi civettaperforzaconinfanperòsaichepalle, ma un’aria disponibile. Si spalanca il mio volto in un sorriso felice, per un sentimento appagato. Dalla sua semplicità, dalla sua naturalezza. Attimi di tentennamento. Come ci mettiamo, come mi metto?” penso. Siamo fianco a fianco. Troppo freddo. Si volta, mi guarda, allarga le braccia “Bhe…” mi dice e cinge le mie spalle col suo braccio, io la sua vita con il mio. Brividi.
Emanuela fa la foto. Intorno ci guardano stupiti. “Sembrano chiedersi, chi è? Che fanno? Perché lei fa la foto con lui? Ma chi è lui?”. Penso “ma che coglioni!”. Lo guardo, gli dico “grazie”. Mi guarda, mi fa un cenno con il capo, sorride impercettibilmente, sinceramente.
Semplicemente, naturalmente se ne va. Intorno continuano a guardare stupiti.
Mi precipito al cellulare, “nooo!”. Un’ombra nera, due, accostate. “Mi dispiace ma il mio cellulare non ha il flash”. “…!”. “Dai proviamo a schiarirla con Photoshop!” prova a consolarmi lei. “Photoshop!” dico. Sprofondo di nuovo in poltrona.

Finalmente il concerto.
Mi dirigo verso il palco. Ci salgo. Mi siedo sul lato destro davanti al pubblico. E penso, da qui sarò lontana, si metterà al centro. Ma vedo due microfoni. Uno vicino a me e l’altro sul lato opposto. FF sceglierà quello vicino a me. Un caso certo.
Armeggia con cavi e bottoni e prese. “Si monta tutto da solo, manco gli preparano il palco” sento dietro di me. Il faretuttodasoli, penso, in un’espressione che mi suona familiare. Sorrido, compiaciuta. Le note che sgorgheranno dalla sua chitarra saranno intrise del suo sudore e suoneranno più sincere, sentite, autentiche. E il pubblico le apprezzerà di più.

Un fragore di suoni, chitarra, batteria mi perforano le orecchie. La voce! La sua voce! Non si sente! L’acustica fa schifo. E non è perché sono seduta davanti ad una delle casse che ancora stamattina mi fischia l’orecchio ovattato dal rumore. Anche prima, in poltrona, difficilmente riuscivo a distinguere le parole dalla musica, “ma” penso “ero distratta, non ascoltavo quegli altri”. “Solo dal bagno” dice Giulia “si sente bene”. Già, questa serata è un cesso!

Il concerto dura si e no un’ora e mezzo. Lui si dimena sul palco, come a cercare di compensare con la mimica, le gocce di sudore gli solcano il viso e scivolano sul collo. Con una manica della camicia prova ad assorbirle. Il ciuffo verticaletriangolarebigio si bagna.
E adesso ci si mette anche il matto. Ce n’è sempre uno a tutti i concerti, che devi fare fatica per non guardarlo da quanto è stupido. Si dimena sotto al palco, aprendo la bocca il più possibile e articolando le labbra e la lingua a pronunciare bene ogni sillaba, che sia chiaro che lui le sa tutte! Agita il dito indice, dritto come un pene in erezione, verso FF. Piega il busto in avanti, che per quanto è lungo arriva quasi a toccargli le gambe, poi torna in dietro, e ancora avanti come un pendolo impazzito. Fermatelo! FF lo ignora, e che vuoi fare? E menomale che lo ignora. Un altro pazzo sale sul palco. Questa volta FF lo guarda, leggermente preoccupato. È strafatto. Menomale che è salito solo per rituffarsi subito sulla folla che sotto al palco si dimena pogando (quanto odio i pogatori!) e un po’ indecisa lo accoglie nelle sue braccia, più per pietà umana che per altro. FF a questo punto sorride.

La voce! La sua voce! Niente. Non si sente! Pochi cantano, molti pogano. Lui si sforza (Labbra blu, Fiore non sentirti sola), urla (In perfetta solitudine). “Questo era un brano nuovo” dice “si chiama ‘Grande come l’oceano’ “. I suoi acuti stonati (Gennaio). Non li sento! A questo punto meglio chiudere. E chiude. “Grazie, buona notte”. Solo perché non si fa, non si può non fare il bis, lo concede, credo. Prima però si fuma una sigaretta. “Grazie, buona notte” dice di nuovo. Scende le scale, si appoggia ad una ragazza, mi passa davanti. “Comprate i miei dischi” dice prima di sparire definitivamente nella folla che continua a pogare, senza musica. Una caciara assurda.
Non lo vedo più. Avrei voluto dirgli “scusa”. Me ne vado digiuna.
Ridatemi il mio stereo, ridatemi i miei cd. Federico Fiumani me lo ascolto nel salotto di casa. Mi nutrirò della sua voce.

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